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Duncan Jones, il bambino “Mute” (IT/EN)

Aggiornato il: 30 ott 2019


Ieri ho visto "Mute", l’ultimo film di Duncan Jones. Mi è piaciuto; ha toccato corde nei miei pensieri che hanno suonato allo stesso tempo dolore e speranza, ma soprattutto solitudine.

Ci ho visto e sentito qualcosa che mi ha fatto ripensare, e ovviamente riflettere, su cose che pensavo – di me stessa – definitivamente sepolte. Non conosco Duncan personalmente; non so "come" abbia o "cosa" abbia davvero vissuto nel suo animo, prima che nel suo corpo al quale certo non è mai mancato niente.

Ho immaginato un bimbo nell’ombra, in disparte rispetto - o a causa - della notorietà di suo padre e di sua madre: David Robert Jones (in arte David Bowie), e Mary Angela Barnett. Non dovrei meravigliarmi per il regista coraggioso che è divenuto, o perché nei suoi film descriva con dovizia di particolari ed emozioni il dolore psicofisico, l'abbandono e l'estrema solitudine vissuti dai suoi personaggi (il clone in "Moon", l’uomo spezzato in "Source Code", e ora in questo "Mute").

Lo smarrimento e la mancanza di certezze che possono provare i bimbi lasciati soli per l’egoismo o l’incapacità o la necessità del business o il semplice comodo, dei loro genitori (che magari si dicono di agire “per il loro bene”), non sono paragonabili al dolore, seppur straziante, di restare orfani, perché la consapevolezza di non essere mai stati “number one” nella lista di preferenze dei propri cari (che pensano magari che "tanto si può rimandare...", che "c’è tanto tempo per…"), è una cicatrice che il tempo non può rimarginare.

Ma la vita è una ruota. Immagino il giovane Duncan cresciuto e diventato uomo, marito affettuoso e poi tenero papà. La resilienza, ovvero la capacità di trasformare in energia positiva qualunque tipo di avversità, è senza dubbio il dono più prestigioso su cui si possa contare; un dono che – immagino – si sia sviluppato magnificamente nella sua vita proprio a causa (ironia della sorte) del comportamento sprovveduto dei suoi genitori.

Rivedo nella mia mente le foto del giovane Duncan non più adolescente con suo padre, entrambi sorridenti, intanto che scorrono i titoli di coda del film con questa dedica:

“In memory of those who became parents.

David Jones 8 Jan 1947 – 10 Jan 2016 & Marion Skene 28 Oct 1950 – 16 Jan 2017”.


Marion Skene è la “tata”, la donna che lo ha cresciuto, che è stata suo genitore.

Mi hai commosso Duncan. Pertanto sono disposta a perdonarti anche le atmosfere sfacciatamente alla "Blade Runner" del tuo "Mute", che considero un omaggio a quel capolavoro. Il tuo film ha tuttavia, bisogna riconoscerlo, un taglio di immagini del tutto originale che colpisce e accentua la già profonda intensità dei suoi personaggi. Il protagonista Alexander Skarsgård senza dire una parola fin quasi alla fine è stato il film e la sua testa, bravissimo. Nella colonna sonora hai messo le note di "Moss Garden" dall'album "Heroes". Bravo Duncan!


- - - - - - - - - - E N - - - - - - - - - -


Duncan Jones, the "Mute" child.


Yesterday I saw "Mute", the latest film by Duncan Jones. I liked it; it touched in my thoughts strings that played at the time pain and hope, but above all solitude.

I saw and heard something that made me rethink and obviously reflect on things that I thought - of myself - definitely buried. I do not know him personally; I do not know how he lived, or what he really lived in his soul before in his body, which certainly never lacked anything.

I imagined a child in the shadows, apart from the notoriety - or because of the notoriety - of his father and mother: David Robert Jones (David Bowie), and Mary Angela Barnett. I should not be surprised by the courageous director he has become, or why in his films he describes in great detail the psychophysical pain, abandonment and extreme loneliness experienced by his characters (the clone in "Moon", the man broken into "Source Code" and now, in this Mute).

The loss and lack of certainties of the children that can feel left alone due to the selfishness, the incapacity, the necessity of the business, or the simple convenience of their parents (who can think of acting for the sake of their children) is worse of the pain - even if excruciating - of those who remain orphans. The awareness of never having been "number one" in the list of preferences of one's parents - who may think that there is so much time for... that one can postpone it ... - is a scar that time cannot heal.

Nevertheless, life is a wheel. I imagine young Duncan grown up and become a man, an affectionate husband and then a tender dad. The resilience, the ability to transform any kind of adversity into positive energy, is undoubtedly the most prestigious gift you can count on. The gift that - I imagine - has developed beautifully in his life because of (irony of fate) the naive behavior of his parents.

I see in my mind the photos of young Duncan, no longer adolescent with his father, both smiling, while the end credits of the film flow with this dedication:


"In memory of those who became parents.

David Jones 8 Jan 1947 - 10 Jan 2016 & Marion Skene 28 Oct 1950 - 16 Jan 2017 ".


Marion Skene is the nanny, the woman who raised him, who was her parent.

You moved me Duncan. Therefore, I am willing to forgive you also the blatant atmosphere at the “Blade Runner” of your “Mute” that, must be recognized, has an original cut of images that strikes, and accentuates the already profound intensity of his characters. The starring actor Alexander Skarsgård, without saying a word until almost the end of the movie, was the film and its meanings.

In the soundtrack the notes of "Moss Garden", from the album "Heroes". Bravo Duncan!



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