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Duncan Jones il bambino “Mute”, by Ambra Mattioli.

Aggiornamento: apr 19


Ieri ho visto "Mute", l’ultimo film di Duncan Jones. Mi è piaciuto; ha toccato corde nei miei pensieri che hanno suonato allo stesso tempo dolore e speranza, ma soprattutto solitudine.

Ci ho visto e sentito qualcosa che mi ha fatto ripensare, e ovviamente riflettere, su cose che pensavo – di me stessa – definitivamente sepolte. Non conosco Duncan personalmente; non so "come" abbia o "cosa" abbia davvero vissuto nel suo animo, prima che nel suo corpo al quale certo non è mai mancato niente.

Ho immaginato un bimbo nell’ombra, in disparte rispetto - o a causa - della notorietà di suo padre e di sua madre: David Robert Jones (in arte David Bowie), e Mary Angela Barnett. Non dovrei meravigliarmi per il regista coraggioso che è divenuto, o perché nei suoi film descriva con dovizia di particolari ed emozioni il dolore psicofisico, l'abbandono e l'estrema solitudine vissuti dai suoi personaggi (il clone in "Moon", l’uomo spezzato in "Source Code", e ora in questo "Mute").

Lo smarrimento e la mancanza di certezze che possono provare i bimbi lasciati soli per l’egoismo o l’incapacità o la necessità del business o il semplice comodo, dei loro genitori (che magari si dicono di agire “per il loro bene”), non sono paragonabili al dolore, seppur straziante, di restare orfani, perché la consapevolezza di non essere mai stati “number one” nella lista di preferenze dei propri cari (che pensano magari che "tanto si può rimandare...", che "c’è tanto tempo per…"), è una cicatrice che il tempo non può rimarginare.

Ma la vita è una ruota. Immagino il giovane Duncan cresciuto e diventato uomo, marito affettuoso e poi tenero papà. La resilienza, ovvero la capacità di trasformare in energia positiva qualunque tipo di avversità, è senza dubbio il dono più prestigioso su cui si possa contare; un dono che – immagino – si sia sviluppato magnificamente nella sua vita proprio a causa (ironia della sorte) del comportamento sprovveduto dei suoi genitori.

Rivedo nella mia mente le foto del giovane Duncan non più adolescente con suo padre, entrambi sorridenti, intanto che scorrono i titoli di coda del film con questa dedica:

“In memory of those who became parents.

David Jones 8 Jan 1947 – 10 Jan 2016 & Marion Skene 28 Oct 1950 – 16 Jan 2017”.


Marion Skene è la “tata”, la donna che lo ha cresciuto, che è stata suo genitore.

Mi hai commosso Duncan. Pertanto sono disposta a perdonarti anche le atmosfere sfacciatamente alla "Blade Runner" del tuo "Mute", che considero un omaggio a quel capolavoro. Il tuo film ha tuttavia, bisogna riconoscerlo, un taglio di immagini del tutto originale che colpisce e accentua la già profonda intensità dei suoi personaggi. Il protagonista Alexander Skarsgård senza dire una parola fin quasi alla fine è stato il film e la sua testa, bravissimo. Nella colonna sonora hai messo le note di "Moss Garden" dall'album "Heroes". Bravo Duncan!




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